CGIL-CISL-UIL
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· Il Pubblico Impiego e la Scuola scioperano l’intera giornata
· Il settore del Credito sciopera l’intera mattinata
· Nelle Aziende con turni e/o orari particolari, le strutture sindacali di competenza comunicheranno tempestivamente le modalità dello sciopero.
Per contrastare le proposte del Governo in materia di pensioni, legge finanziaria, difesa del potere di acquisto delle pensioni e dei salari, rinnovo dei contratti per i pubblici dipendenti.
MANIFESTAZIONE
A FORLI’
ore 9,30 partenza corteo da P.le della Vittoria
ore 10,30 conclusione in P.zza SAFFI; presiede ROSANNA BENAZZI – UIL
comizio di FAVALI TAMER, Segr. Gen. CGIL
a nome di CGIL – CISL – UIL
Pensioni
Le bugie del Governo
Cgil Cisl, Uil dicono no alla controriforma delle pensioni proposta dal governo Berlusconi perché ritengono tale riforma inutile, dannosa, iniqua e fondata su evidenti falsità.
Cgil Cisl, Uil ribadiscono che non c’è nessuna emergenza previdenziale perché il sistema, che si è consolidato nell’arco degli anni 90, con tre riforme di carattere strutturale, ha determinato un valido equilibrio del sistema nel tempo rendendolo così tra i più sostenibili in Europa.
Le drammatizzazioni dei problemi del nostro sistema previdenziale e le scelte inaccettabili che si vogliono far pagare a lavoratrici e lavoratori nascono, invece, dalla necessità di coprire la incapacità del governo stesso nel determinare una corretta politica di sviluppo e occupazione e di controllo della finanza pubblica, scaricando interamente sulle pensioni l’onere di ridurre il deficit pubblico, nella misura di un punto di Pil, socialmente insostenibile.
La scarsa natalità e
l’invecchiamento della popolazione, che raggiunge nel nostro Paese risultati tra
i più alti del mondo, vanno affrontati con una politica generale sociale e non
con tagli alle pensioni.
Dicono che il sistema previdenziale non regge
E’ falso:
le tre riforme degli anni 90 hanno già determinato un risparmio di spesa pari a
circa 100 miliardi di euro e continueranno a determinare risparmi considerevoli
fino all’andata a regime del sistema, al punto tale che l’Italia, che avrà il
maggior invecchiamento demografico tra tutti i paesi europei, nel 2050 sarà,
comunque, anche il paese con il minor incremento di spesa previdenziale. Spesa
previdenziale che va, peraltro, correttamente calcolata dal momento che ancora
oggi diverse prestazioni di carattere assistenziale continuano ad avere
copertura finanziaria dai contributi previdenziali versati all’Inps, sul quale
vengono anche a scaricarsi le situazioni deficitarie dei fondi speciali, da
ultimo quello dei dirigenti di azienda (per l’intesa tra governo e
Confindustria), che nel 2003 comporterà un buco nel bilancio dell’Istituto.
Dicono che la riforma delle pensioni è richiesta dall’Europa
E’ falso: l’Europa ha riconosciuto all’Italia il merito di aver fatto una riforma strutturale completa, cosa non ancora avvenuta in altri paesi. L’Europa ci raccomanda invece di avere particolare attenzione e di intervenire per l’emersione del lavoro nero e per il recupero delle evasioni contributive, per ridurre drasticamente i prepensionamenti, per allungare la permanenza al lavoro solo attraverso la volontarietà espressa dal lavoratore, per sviluppare la previdenza complementare, per garantire una pensione dignitosa ai giovani che svolgono i nuovi lavori, per mettere in atto tutte le misure necessarie per garantire un aumento dell’occupazione dei giovani, delle donne e dei cosiddetti lavoratori anziani.
Dicono di voler garantire e migliorare il trattamento dei pensionati
E’ falso: il tanto sbandierato aumento a un milione di lire di tutte le pensioni che stavano al di sotto del minimo, non solo va ad aggravare il bilancio dell’Inps (essendo computato come spesa previdenziale, mentre invece avrebbe dovuto essere considerato come spesa assistenziale) ma ha riguardato soltanto 1.400.000 soggetti rispetto a una platea di 6 milioni; mentre a tutti i pensionati non sono stati riconosciuti i trattamenti fiscali stabiliti dal precedente governo e nello stesso tempo non è stata presa neanche in considerazione l’idea di rivedere il sistema di adeguamento annuale delle pensioni per garantirne il potere di acquisto, anche attraverso uno specifico negoziato.
Dicono di voler garantire le pensioni future dei giovani
E’ falso: con la decontribuzione si determinerà un ulteriore abbassamento dei loro trattamenti, e nello stesso tempo si metterà veramente a rischio il sistema pubblico con una diminuzione delle risorse destinate al pagamento delle pensioni. La riforma del governo coinvolge anche i giovani lavoratori assunti dopo il 1° gennaio 1996, per i quali si cambia del tutto la normativa attuale che prevede un’età minima di 57 anni e una contribuzione minima di 5 anni per andare in pensione, prevedendo, anche per loro, un’età minima di 60 anni per le donne e di 65 per gli uomini o 40 anni di contributi. In questo modo il governo non solo stravolge le riforme già fatte, ma mina alla radice il punto più innovativo, anche a livello europeo, del sistema previdenziale italiano: il sistema contributivo, rispetto al quale la prospettiva più giusta doveva essere la liberalizzazione dell’età pensionabile e non la sua uniforme rigidità.
Dicono che le pensioni di anzianità non saranno toccate
E’ falso:
le pensioni di anzianità saranno di fatto addirittura cancellate. A partire dal
1° gennaio 2008, infatti, per andare in pensione di anzianità saranno necessari
40 anni di contributi oppure bisognerà attendere i requisiti per la pensione di
vecchiaia (65 anni per gli uomini e 60 per le donne), senza tenere conto che da
tempo le imprese scelgono di espellere dai processi produttivi masse di
lavoratori sempre più giovani, considerandoli vecchi e inutilizzabili per le
attività produttive. La misura proposta dal governo è quindi contraddittoria e
iniqua, oltre a introdurre nel nostro sistema delle rigidità che vanno proprio
nel senso contrario rispetto a quanto viene indicato dall’Europa. Inoltre la
scelta del governo penalizzerà ulteriormente le donne, che già difficilmente
riescono a raggiungere i 35 anni di contribuzione.
Infine, rappresenta un’aggravante l’ultima e improvvida trovata del Consiglio
dei ministri di penalizzare i lavoratori che decideranno dopo il 2008 e,
sperimentalmente fino al 2015, di lasciare il lavoro prima della vecchiaia. Il
ricalcolo con il sistema contributivo di tutta la vita lavorativa comporterà per
questi lavoratori una pensione tagliata della metà rispetto all’ultima
retribuzione, perché si pretende di rendere retroattivo un sistema di calcolo,
senza che esso sia accompagnato dai dovuti correttivi, introdotti dalla riforma
Dini, per garantire un rendimento adeguato alle future pensioni pubbliche.
Dicono che è necessario l’utilizzo obbligatorio del Tfr per lo sviluppo della
previdenza complementare
E’ falso: non si considera che il Tfr è salario differito dei lavoratori,
ha già diverse finalità di utilizzo previste dalla legge e ha una salvaguardia
di rivalutazione annuale garantita. Da tutto ciò ne consegue che per la
destinazione di tale istituto alla previdenza complementare va garantita la
facoltà per il lavoratore di esprimere la propria volontarietà. L’inadempienza
del governo poi non ha limiti per quanto riguarda i lavoratori del settore
pubblico, per i quali la previdenza complementare è ancora una vaga promessa.
Dicono che vogliono superare le diversità ancora presenti nel sistema
E’ falso:
in tema di armonizzazione delle aliquote contributive si prevede solo l’aumento
di quelle relative ai co. co. co., senza prevedere nessun intervento per le
altre situazioni in atto (almeno 100 aliquote contributive diverse tra le quali
quelle, privilegiate, dei lavoratori autonomi). Inoltre si dimentica che siamo
ancora in presenza di trattamenti privilegiati, che richiederebbero in nome
dell’equità un intervento strutturale, mentre il governo individua come unica
disparità di trattamento ancora esistente quella relativa al sistema di calcolo
della pensione tra dipendenti pubblici e privati, non tenendo conto che le vere
disparità continua a praticarle il governo, datore di lavoro pubblico, non
attivando la previdenza complementare e non concedendo gli incentivi ai pubblici
dipendenti, e per di più non rinnovando neanche i contratti di lavoro.
Dicono che ci saranno norme particolari per i lavoratori che effettuano
lavori usuranti
E’ falso: al di là delle dichiarazioni di principio, nulla si dice nel
merito della questione, né tanto meno vengono stanziati i necessari
finanziamenti, mentre il governo, senza alcuna concertazione con le parti
sociali, ha deciso di modificare radicalmente, peggiorandole, le norme relative
alla tutela dei lavoratori esposti all’amianto.
Cgil Cisl e Uil sfidano il governo a confrontarsi sulle sue “bugie”. Gli
inviti al dialogo, ripetuti dal governo dopo aver preso decisioni unilaterali,
sono strumentali. Il governo, se davvero vuole un confronto con il sindacato,
rinunci a rendere esecutiva questa controriforma e apra un confronto serio, non
già compromesso da decisioni precostituite.
UNA FINANZIARIA DA CAMBIARE
Il Governo ha presentato la manovra finanziaria per il 2004 composta da tre diversi distinti documenti: l la finanziaria l il decreto con le misure per la copertura della spesa l la controriforma delle pensioni. Tre provvedimenti, collegati tra loro da un unico vincolo economico-finanziario, inaccettabili perché penalizzano tutti e non servono all’economia del Paese.
Tutto senza la concertazione
Il Governo ha fatto, prima, saltare il confronto per la preparazione del Documento di Programmazione Economica Finanziaria. Poi ha proposto, ufficialmente, alle parti sociali undici tavoli in preparazione della legge finanziaria.
Alla fine il Governo non ha convocato nessuno, non ha fatto partire alcun tavolo e nell’unico incontro ha presentato documenti già definiti e dai contenuti assolutamente inaccettabili.
Il Governo sembra aver scoperto solo ora l’emergenza economica per giustificare una manovra blindata da far digerire ai lavoratori, ai pensionati, ai giovani: prendere o lasciare.
Tutto questo è inaccettabile nel merito e nel metodo perché introduce un sistema che vorrebbe escludere le parti sociali dalla possibilità di incidere nella politica economica del Paese, sostituendo al confronto il messaggio mediatico populista, presentando come dato oggettivo una verità di parte.
Il Sindacato rifiuta il gioco delle tre carte
Il Governo ha colpevolmente sottovalutato il ruolo insostituibile della politica dei redditi e della lotta all’inflazione, causando la perdita del potere d'acquisto delle retribuzioni e la caduta di competitività del sistema produttivo.
Chi paga sono tutti quelli che rappresentiamo, penalizzati sul piano economico per il pesante peggioramento del potere di acquisto dei salari e delle pensioni, a partire dalle famiglie monoreddito.
E’ falsa la drammatizzazione dei problemi del nostro sistema previdenziale; le scelte inaccettabili che si vogliono far pagare a lavoratrici e lavoratori nascono, invece, dalla necessità di coprire la incapacità del Governo stesso nel determinare una corretta politica di sviluppo e occupazione e di controllo della finanza pubblica, scaricando interamente sulle pensioni l’onere di ridurre il deficit pubblico.
La scarsa natalità e l’invecchiamento della popolazione , fenomeno dove il nostro Paese raggiunge livelli tra i più elevati al mondo, vanno affrontati con una generale politica di welfare, non con tagli alle pensioni.
Ripristinare la politica dei redditi
Il Paese ha bisogno di un’analisi rigorosa delle ragioni che nei vari settori hanno portato ad una crescita dei prezzi sopra la media e di indicare politiche a breve e a lungo termine contro l’inflazione strutturale.
La strada maestra è il protocollo del Luglio ‘93 che deve essere rilanciato per far fronte alle nuove sfide. Il Governo deve garantire, quindi, una previsione realistica dell’inflazione programmata e che tutti i soggetti economici e sociali si muovano coerentemente con le regole del protocollo; il tutto per favorire comportamenti virtuosi necessari a rilanciare la crescita e l’occupazione.
Una coerenza che chiediamo per primo al Governo e a tutte le istituzioni pubbliche nelle loro scelte di politica tariffaria.
Innovazione e ricerca
Il Paese è dentro una crisi economica seria. Il rilancio degli investimenti è un fattore assolutamente decisivo e non può avvenire attraverso inefficaci e generiche politiche di favore alle imprese. Gli interventi devono essere selettivi.
L’obiettivo che dobbiamo realizzare è la crescita qualitativa del sistema produttivo attraverso infrastrutture materiali ed immateriali, investimenti consistenti nei settori strategici della ricerca, dell’innovazione di prodotto, nella scuola e nella formazione.
La finanziaria prevede alcuni interventi in questa direzione, ma le risorse sono troppo limitate e disperse in sostegni a pioggia e non selettivi. Occorre costruire un assetto basato sulla complementarietà e sul partenariato di un sistema misto pubblico/privato, in cui trovi spazio anche la ricerca a medio e lungo termine.
Il Mezzogiorno: solo un promemoria
La manovra 2004 è ben lontana dall’avviare una ripresa degli investimenti nel Mezzogiorno, tale da recuperare una parte dei divari territoriali nella dotazione infrastrutturale. La politica meridionale, vista l’attenzione che la finanziaria gli dedica, non è certo una scelta strategica nell’azione di governo e ha già provocato segnali preoccupanti di arresto della crescita dell’occupazione.
Il Sud deve rientrare tra le priorità nella politica economica del governo.
Autonomie locali tra tagli e servizi più cari
La Finanziaria ripropone misure fortemente penalizzanti per gli Enti locali: il taglio dei trasferimenti, il blocco delle addizionali Irpef ed il mancato adeguamento delle risorse stanziate al tasso di inflazione programmato. Queste misure restrittive avranno inevitabili ripercussioni sui livelli della qualità e sul costo dei servizi erogati ai cittadini.
I condoni: un danno per gli onesti e per il fisco
La manovra finanziaria rivolge particolare attenzione solo al versante delle imprese ed al lavoro autonomo e professionale. Nulla viene proposto nei riguardi delle famiglie dei lavoratori dipendenti e dei pensionati che pagano anche per la mancata restituzione del drenaggio fiscale.
Il sindacato dice no ai condoni perché immorali e penalizzanti per tutti i cittadini onesti; è, per di più, contrario al condono edilizio, perché, oltre ai guasti al governo del territorio ed alla tutela dell’ambiente, scarica oneri sulle amministrazioni locali che sono costrette a realizzare le necessarie opere di urbanizzazione. Una contrarietà ai condoni di ieri ed anche a quelli futuri come nel caso del concordato preventivo, incostituzionale oltre che lesivo del principio di progressività delle imposte.
Sono necessari, inoltre, una maggiore tutela delle famiglie monoreddito, in particolare per quelle con presenza di non autosufficienti; una misura per gli “incapienti”; la parificazione della quota esente tra pensionati e lavoratori dipendenti; il ripristino della maggiore detrazione per gli ultra settantacinquenni; la restituzione della maggiore imposizione sul TFR; l’aumento degli importi dell’assegno al nucleo familiare (a partire dal secondo figlio).
La Pubblica Amministrazione: il diritto al contratto
Grave e inaccettabile è il ritardo per i rinnovi contrattuali aggravato dalla insufficiente previsione di risorse per la contrattazione e la previdenza complementare. Gli stanziamenti sono del tutto insufficienti perché ancorati ad un tasso di inflazione programmata del tutto lontano dalla realtà. Nessuna copertura, inoltre, è prevista per il recupero dei differenziali rispetto all’inflazione effettiva del passato biennio e per la contrattazione integrativa.
La politica sociale al collasso: qualificazione della spesa, no ai tagli
Il governo prosegue nello smantellamento delle prestazioni sociali; il fondo destinato alle politiche assistenziali si riduce in maniera consistente, mancano le risorse per la non autosufficienza e rimane bloccata la riforma degli ammortizzatori sociali per il lavoro precario.
Per di più, proprio nell’anno europeo dell’handicap, si introducono meccanismi punitivi di riduzione della spesa per le prestazioni economiche di invalidità.
Nel settore socio-sanitario il cronico sottofinanziamento ed i gravi ritardi nei trasferimenti alle regioni rappresentano il punto più evidente della drammaticità della situazione del welfare.
Sono del tutto insoddisfacenti gli interventi di sostegno alle famiglie e per la lotta alla povertà. Sia l’assegno per il secondo figlio che il reddito di ultima istanza danno luogo ad erogazioni di entità del tutto simbolica largamente insufficienti ad affrontare i problemi della povertà e della natalità, che richiedono interventi ben più complessi anche nell’offerta dei servizi e nell’organizzazione del lavoro.
Inoltre, l’assegno di natalità deve essere assegnato sulla base dei criteri di selettività rispetto al reddito e non in base alla cittadinanza.
Lavoratori esposti all’amianto: no alla cancellazione dei diritti
Rivendichiamo il ripristino delle norme di tutela e le risorse necessarie per la copertura delle prestazioni pensionistiche per i lavoratori esposti all’amianto, in ogni area lavorativa.