L'intervento del
segretario generale, Guglielmo Epifani, alla manifestazione nazionale della Cgil
'Futuro Sì Indietro No'
Care compagne e cari compagni;
Credo che comprenderete perché voglio dire che per noi tutti, oggi, è un grande
motivo di orgoglio, e anche di emozione, tornare qui insieme in questa piazza.
Qui dove tre milioni di persone scrissero una pagina che nessuno ha scordato in
difesa dei diritti dei lavoratori. Di tutti i lavoratori. E dove assieme
rispondemmo alla follia disumana del terrorismo.
È una soddisfazione averla riempita ancora una volta e non era scontato per
niente. Solo chi ci giudica seduto da una poltrona, o da fuori, oppure non sa o
non vuole sapere o non vuole informare, può pensare che tutto possa ripetersi
così, quasi per caso. Non è così. Soprattutto con una crisi grande come questa.
Se siamo in tanti lo si deve al lavoro, alla passione, alla determinazione, alla
fiducia, alla speranza, dei veri protagonisti di questa giornata: l’Italia del
lavoro, l’Italia dei giovani, l’Italia dei precari, l’Itali degli anziani e dei
pensionati
Voglio per questo ringraziare tutte e tutti e soprattutto quelli che hanno fatto
sacrifici per essere qui tra di noi. C’è chi è partito venerdì alle 13 e tornerà
a casa alla stessa ora di domenica. C’è chi ha finito ieri di lavorare e ha
preso un pullman, passandoci l’intera notte, per essere qui di primo mattino. Ci
sono tanti anziani oggi, tanti pensionati, che ancora una volta si sono rimessi
in marcia per dimostrare quale dignità e quale forza morale essi sanno
esprimere. E voglio in modo particolare ringraziare i giovani, i giovani in
formazione, i giovani a lavoro, i tanti precari, quelli in cassa integrazione,
che sono qui con noi perché questa manifestazione parla del futuro che pensiamo
per loro.
La Cgil ringrazia i tanti artisti, uomini e donne della cultura, dello
spettacolo, della ricerca, dell’università, che hanno sostenuto questa giornata
e ne hanno condiviso gli obiettivi. Ringrazio chi ha condotto questa
manifestazione, ringrazio chi ha interpretato Di Vittorio, ringrazio tutti i
musicisti che ci hanno accompagnato. Grazie per quello che fate in un momento
non facile per la vita dei lavoratori, della cultura e dello spettacolo. E
voglio ringraziare le tante associazioni, i movimenti, i circoli, le reti
sociali che sono presenti. Una per tutte. La più antica e la più giovane:
l’Associazione nazionale partigiani d’Italia.
Ringrazio gli amministratori qui presenti, i presidenti di Regione e di
Provincia, i Sindaci, i parlamentari nazionali ed europei, gli uomini politici
che condividono la nostra battaglia, che è fatta di valori, di proposte, di
progetti, per i diritti dei cittadini e per la condizione dei lavoratori, dei
giovani e dei pensionati.
Consentitemi di ringraziare, a nome di tutti voi, il nostro presidente della
Repubblica, Giorgio Napolitano, per l’equilibrio e per la fermezza con cui
svolge il suo alto compito e per l’attenzione e l’affetto con cui partecipa alla
condizione del mondo del lavoro. Per l’impegno che ha messo e che continua a
mettere sul tema dei morti per lavoro e della sicurezza del lavoro.
Arriviamo qui al Circo Massimo dopo mesi e mesi di iniziative, di lotte, di
mobilitazioni e di proposte, che cominciarono in una giornata di settembre
quando, in 150 città d’Italia, chiedemmo già allora al Governo di darsi una
mossa, di darsi una sveglia, di fronte alla crisi che avanzava e che non poteva
essere affrontata con una legge Finanziaria di carattere ordinario. Ricordo che
chiedemmo in quelle piazze più risorse per gli investimenti, per gli
ammortizzatori, per la difesa dei redditi. Ponemmo il grande tema della difesa
della scuola pubblica contro quei tagli che venivano sbandierati come una
riforma. Qualche giorno dopo, il 30 ottobre, si tenne la più grande unitaria
giornata di sciopero e di manifestazione della scuola italiana. Roma fu invasa
da un’ondata di giovani, famiglie e insegnanti che chiesero di cambiare il
decreto del governo. Ricordo che neanche i pallottolieri dei nostri ministri
poterono nascondere le cifre e la forza di quella giornata. Poi il 5 novembre
una assemblea di quadri e delegati della Cgil approvò una proposta in 6 punti
contro la crisi e contro la situazione sociale del paese, chiedendo, di fronte
alla valanga di cassa integrazione e disoccupazione che si annunciava, una
diversa politica economica. Quel giorno dicemmo una frase che poi è ritornata
spesso: “a una crisi eccezionale si risponde con una politica eccezionale”. Il
governo invece non rispose. Erano giorni quelli in cui il governo sosteneva che
la legge Finanziaria andava bene così com’era, che tutto era previsto, che i
soldi per gli ammortizzatori sociali sarebbero bastati e che i precari del
settore pubblico e della scuola non si potevano stabilizzare. Così come che la
tredicesima non si poteva detassare e che la social card avrebbe dato risposte a
tanti anziani e pensionati poveri. Il Governo aggiungeva anche, qualche
settimana dopo, che sarebbe bastato consumare un po’ di più per far ripartire i
consumi e per rendere la crisi più sopportabile. Fu per questo che il 12
dicembre scioperammo in tutta Italia. Per chiedere più lavoro, più salari, più
pensione, più diritti e meno carità. E mentre tutti i paesi europei e del mondo
intervenivano per aiutare i salari e gli stipendi, per aiutare le imprese in
difficoltà, per mettere in sicurezza le banche, da noi non si faceva nulla.
Intanto il 2008 si chiudeva con un Pil che diminuiva dell1%, segnando il peggior
risultato di tutte le economie dei paesi europei. Mentre avveniva tutto questo,
i lavoratori dipendenti e i pensionati, cioè tutti noi, pagavano 8 miliardi in
più di tasse al nostro Stato quando gli altri, invece, ne pagavano sempre di
meno. In più si allargava la cassa integrazione e i precari, la generazione
degli ultimi 10 anni, venivano messi giorno dopo giorno, l’uno dopo l’altro,
fuori dalle aziende senza alcuna tutela, con pochi diritti quando c’era la
crescita e senza nulla quando è arrivata la crisi.
Arrivammo all’assurdo, mesi e mesi di ritardo, di discussioni infinite, dentro
il Governo e la maggioranza, su se e come aiutare i settori strategici della
nostra economia, a partire dal settore dell’auto e dei beni durevoli. Quando,
invece, in tutta Europa aveva già deciso. Con il crollo della produzione
industriale di dicembre e di gennaio - meno 45% e meno 50% - le settimane di
cassa integrazione in quei settori dilagavano e segnavano la scomparsa di tante
piccole e piccolissime imprese che fornivano materiale a quegli stessi settori.
Diciamolo con forza: sì il tempo purtroppo ci ha dato ragione. Una crisi
profonda, una crisi lunga, che tocca soprattutto l’industria manifatturiera, il
settore delle costruzioni e dell’edilizia, e i servizi collegati. Meno 20% è la
produzione industriale di marzo. Un milione di posti di lavoro fermi e tanti
altri perduti. Ma ogni giorno aumenta il numero delle aziende in difficoltà:
dalla Puglia alle Marche, dal Piemonte alla Toscana, dal Veneto all’Emilia
Romagna, dalla Campania alla Sardegna, alle altre situazioni. Fabbriche e
lavoratori che sono qui con noi, oggi, e ai quali va l’abbraccio di tutta la
Cgil e, se posso dirlo, di tutto il paese.
La metalmeccanica, la chimica, l’edilizia, la ceramica, il legno, il tessile,
questi i settori più colpiti. In molte imprese stanno finendo le 52 settimane di
cassa integrazione ordinaria e a tutt’oggi non è chiaro che cosa accadrà e come
funzionerà l’accordo sugli ammortizzatori tra Governo e Regioni. I migranti, i
precari, le donne, gli ultra cinquantenni, le persone più colpite. Si poteva e
si doveva cambiare la Bossi Fini per dare un tempo giusto a quei lavoratori
migranti che venivano messi, e sono messi, fuori dai posti di lavoro. Il Governo
non lo ha voluto fare. Si dovevano aumentare le tutele per i precari e lo si è
fatto per pochi e per troppo poco. Sulle donne, invece, solo banalità, parole in
libertà tra richieste di aumentare la loro età pensionabile e i tentativi di
svilire il loro ruolo. E pensare che nel 2009 la disoccupazione femminile
crescerà di 340mila donne. Mentre la più mite, la più straordinaria e silenziosa
rivoluzione dei diritti degli anni sessanta, quella relativa alle libertà e alle
responsabilità delle donne, viene continuamente messa in discussione.
In tutto questo periodo, e attraverso le tante iniziative degli ultimi mesi che
abbiamo fatto in ogni parte del paese, torna la domanda di allora: perché il
Governo non ha voluto e non vuole fare di più? Perché, tolto l’aiuto alle
banche, fino a oggi ha affrontato una crisi di queste dimensioni con una spesa
di solo 4 miliardi di euro aggiuntivi? Perché non avverte l’urgenza di un
disegno di politica industriale? Perché non apre i tavoli che gli chiediamo?
Perché improvvisa sull’edilizia, tra grandi opere che se va bene partiranno
quando la crisi sarà finita e piani per la casa improvvisati e pasticciati e che
dimenticano totalmente il tema degli affitti? Perché non attiva da subito la
domanda pubblica degli enti locali, consentendo di superare quella rigidità dei
patti di stabilità? Perché, invece di stare lì a contare e ricontare quanti
sono, intanto non offre una soluzione al problema dei precari del settore
pubblico e della scuola? Perché di fronte ai problemi che ci sono stati non si
decide con noi, ascoltando le associazioni e i sindacati di categoria, di
cambiare la social card e di affrontare in modo più degno e più esteso la
questione della difesa dei redditi dei pensionati e degli anziani più poveri? E
ancora, perché, cosa aspetta, di fronte al dato delle 52 settimane di cassa
integrazione che è al termine per molte aziende, a decidere subito di estendere
la durata della cassa integrazione ordinaria per evitare che il passaggio a
quella straordinaria voglia dire ristrutturazione, mobilità, licenziamento di
lavoratrici e di lavoratori?
Non c’è niente da fare. In tutta onestà c’è troppo divario tra quello che
bisognava fare e quello che quotidianamente il Governo non fa. E in questo
vuoto, se la crisi si dovesse prolungare, finirebbero per ritrovarsi in troppi
senza tutele. Penso ai precari senza prospettiva. I cassintegrati a 600/700 euro
al mese. I cinquantenni in mobilità e in difficoltà. Gli anziani poveri e
soprattutto quelli non autosufficienti. Ma in quel buco nero finirebbero anche
tante aziende, le grandi aziende in crisi, le piccole e medie imprese. Come i
territori segnati da crisi sociali enormi. Per questo, per queste ragioni, che
sono sindacali, sociali, civili, morali, abbiamo scelto di stare in campo anche
quando gli altri non ci hanno consentito di fare assieme le battaglie che
dovevamo fare insieme. Perché vedete, e lo dico a quelli che ogni tanto ci
dicono che noi vogliamo rendere la crisi più grave di quello che è, non abbiamo
paura della crisi se la possiamo guardare in faccia per quello che è e allo
stesso il Governo fa la stessa cosa. Perché non basta minimizzare. Bisogna
vedere la realtà come cambia ogni giorno. I problemi concreti che pone alle
persone. E non basta guardare perché poi bisogna agire. Non va bene aspettare
pensando che tanto poi passerà la nottata. Come si affronterà la crisi segnerà i
valori, le politiche dell’Italia e dell’Europa che verrà. Da questa nottata, da
come sarà, dipenderà il nuovo giorno. Quello che cantava Shapiro: il sole che
verrà e se verrà dipenderà da quelli che in questa nottata sono stati messi in
condizione di affrontarla con dignità e sicurezza. Ad esempio, se alimenti la
paura e la diffidenza, avremmo un Italia più chiusa, più xenofoba, come abbiamo
visto dagli interventi di questa mattina. Se ognuno dovrà arrangiarsi da solo
per affrontare e superare la crisi, l’Italia sarà per forza quella che uscirà
dalla crisi più individualista e più corporativa. Se alimenti solo i patrimoni e
le rendite e non i capitali di rischio, gli investimenti, la ricerca,
l’innovazione, farai un paese sempre meno proiettato davanti e sempre più
immobile nelle proprie gerarchie sociali. Dove gli ultimi resteranno gli ultimi
e chi sta in testa resterà sempre in testa. Seriduci gli spazi di
contrattazione, riduci i diritti dei lavoratori, avrai un mondo del lavoro più
debole e più diviso. Se intervieni unilateralmente su come disciplinare o
regolare il diritto di sciopero, avrai delle grandi organizzazioni dei
lavoratori in difficoltà nell’esprimere quei doveri che queste hanno saputo
assicurare fino ad oggi. Se rinunci alla lotta all’evasione fiscale, non ti
batti contro chi fa il furbo, e non restituisci il drenaggio fiscale a chi fa il
proprio dovere, ovvero lavoratori o pensionati o altri cittadini, disegni un
paese in cui il grosso dei sacrifici e dei doveri fiscali li fa l’Italia che
lavora e non l’Italia delle rendite, dei patrimoni, dei furbi e dei furbetti.
Se rinunci senza neanche aver consentito che entrassero in vigore gli
adempimenti e le sanzioni della legge approvata dal precedente governo in
materia di sicurezza del lavoro, per forza di cose disegni un paese in cui si
abbasserà la guardia su questi temi e metti un macigno sulla sicurezza delle
persone che lavorano. Se fai mancare le risorse pubbliche alla sanità e alla
scuola, disegni un Italia meno sicura con i cittadini, tra di loro, meno uguali.
Se tagli la sicurezza pubblica, e fai organizzare le ronde, avrai un’Italia
ancora meno sicura e sicuramente più divisa e vulnerabile
.
Le parole che sono dietro il palco. Lo slogan di questa giornata - ‘Futuro Sì
Indietro No’ -vuol dire esattamente questo: noi vogliamo portare nell’Italia del
futuro, ancora e sempre, i valori di uguaglianza, libertà, responsabilità, della
nostra Costituzione. Quei valori che ricorderemo il prossimo 25 aprile, il
prossimo 1 maggio, il prossimo 2 giugno. Il giorno della liberazione, la festa
del lavoro e la festa della nostra Repubblica democratica.
Il nostro presidente del Consiglio, prima di partire per Londra, ha parlato di
impegno sociale e di possibilità di utilizzare una manovra di bilancio per non
lasciare indietro nessuno. Chiediamo formalmente al presidente del Consiglio, se
le sue sono parole dette con sincerità, di aprire subito un tavolo vero di
confronto sulla crisi perché si possa ascoltare in modo reale, sereno, serio e
ordinato, le cose che vanno fatte per trovare una prospettiva ai problemi, ai
bisogni e alle difficoltà di una parte grande del paese. Non vuol essere questa
richiesta una sfida ma un invito, almeno per una volta, a verificare se è
possibile avere un tavolo vero di confronto. Anche perché, sebbene non si sia in
grado di fare previsioni attendibili, se la ricchezza del paese dovesse, secondo
le indicazioni di chi se ne occupa, scendere del 4% in questo 2009 questa caduta
non la si potrà affrontare né con battute né con misure che non siano
all’altezza dei problemi che questa caduta di ricchezza produce.
Perché, e lo voglio dire con il cuore in mano, dietro questi numeri astratti ci
sono i problemi, la prospettiva, la vita, di milioni e milioni di persone e
anche di tante imprese. Per questo, quando il governo disse tempo fa ‘cosa
volete che sia se il Pil scende del 2%. Vorrà dire che torniamo a tre anni fa’
io mi arrabbiai molto perché, purtroppo, quel 4%, o quello che sarà, non vuol
dire ritornare a sei, sette, dieci anni fa, per molte persone quel ritorno
indietro è un ritorno nel vuoto. Per quelli che hanno un lavoro e non lo avranno
più. Per quelli che avevano una prospettiva e non se la ritroveranno più. Per
loro e per le loro famiglie. Diventa un vuoto anche di fronte a tanti piccoli,
piccolissimi artigiani e imprenditori per i quali non c’è ritorno indietro una
volta che la loro attività o la loro impresa dovesse non farcela.
Aprire un tavolo vero di confronto non è un tema di forma, non è una questione
di metodo, ma è di sostanza. Vuol dire farla finita con l’autosufficienza, vuol
dire essere disposti ad ascoltare e a dialogare realmente, vuol dire riconoscere
quel senso del limite di sé che in democrazia ognuno deve sapere avere, compreso
per quel che ci riguarda il sindacato.
Quello che propongo è un tavolo che possa affrontare quattro problemi: il primo,
le politiche industriali e gli investimenti a partire dalle aree di crisi e dal
Mezzogiorno. Abbiamo chiesto nei giorni scorsi un incontro sul piano industriale
della Fiat, abbiamo chiesto e aspettiamo il tavolo sulla chimica, stiamo
chiedendo, rispetto a tante crisi aziendali, un tavolo su cui si possa discutere
seriamente delle prospettive industriali del nostro paese. Secondo, discutere,
cifre alla mano, sulla capienza e congruità degli ammortizzatori sociali, con
particolare attenzione ai redditi per i precari e per i quali fino a oggi non è
previsto nulla. E cercare, inoltre, di poter avere un blocco effettivo dei
licenziamenti di fronte alla crisi in tutto il paese. Terzo, un tavolo per
discutere della condizione e del reddito degli anziani e dei pensionati che,
come ha dimostrato la grande manifestazione dello Spi a Roma, sono i grandi
dimenticati di questa crisi. Infine, il tema della giustizia fiscale, della
lotta all’evasione fiscale, della restituzione del drenaggio fiscale a chi fa
per intero il proprio dovere. E aggiungo che tra le priorità della politica
industriale converrà anche al nostro paese e al nostro governo di provare a
farsi un’idea di come possa essere uno sviluppo economicamente e ecologicamente
sostenibile. Perché è la sfida del futuro: quella dello sviluppo che investe
nelle fonti rinnovabili, nelle energie rinnovabili e nella lotta agli sprechi.
Così come tutti i paesi al mondo stanno facendo.
Penso che su un tavolo di queste dimensioni e di queste caratteristiche Cisl e
Uil possano essere d’accordo con queste richiesta. Perché i temi sono comuni e
perché abbiamo bisogno di riaffermare il peso di tutto il sindacato confederale
per difendere i precari, i lavoratori e i pensionati. La divisione su questi
temi non può essere quella che abbiamo registrato fino ad oggi perché la crisi
riguarda tutti e ci chiede di restare uniti. Naturalmente penso che anche
Confindustria avrebbe interesse a un tavolo vero di confronto. Le imprese come i
lavoratori possono pagare due volte la crisi. In sostanza, senza una politica
industriale, senza una politica di sviluppo di integrazione delle reti e delle
infrastrutture, senza un cuore verde alle prospettive dello sviluppo del futuro,
il nostro diventerà un paese più debole in Europa, più debole nel mondo e con le
basi produttive molto più fragili.
Confindustria ha fatto un gravissimo errore con l’accordo separato sulle regole
contrattuali. La crisi richiedeva unità e non divisioni. Non va bene usare la
crisi per ridurre gli spazi della contrattazione collettiva e i diritti dei
lavoratori. Mi ha molto colpito, nella riunione dei ministri del lavoro della
settimana scorsa qui a Roma, l’intervento della nuova segretaria al lavoro
dell’amministrazione degli Stati Uniti del governo di Obama, la quale, rivolta a
noi e ai ministri presenti, ha detto testualmente ‘non si può approfittare della
crisi per ridurre gli spazi, i livelli e la qualità della contrattazione
collettiva’.
Ha ragione lei. Abbiamo ragione noi. Altri hanno torto.
Ma c’è un motivo in più per difendere la contrattazione. Leggiamo in questi
giorni quello che succede in Europa, nel mondo, le preoccupazioni che la crisi
genera sulle persone e quello che ovviamente può scatenare o suscitare. Io no so
se qualcuno lo sa: noi lo sappiamo. In questi mesi di crisi, insieme con gli
altri, abbiamo fatto 5mila intese aziendali per dare una mano, per aiutare, per
quello che era possibile, per evitare che i lavoratori stessero fuori dalle
aziende, per dare una speranza che guardasse al futuro. Per questo noi siamo
fondamentali e la contrattazione collettiva non può essere sostituita da niente.
Non dagli enti bilaterali, non da politiche astratte e neanche, mi permetto di
dirlo, da provvedimenti autoritari che spesso sanciscono esattamente l’effetto
opposto di quello che pensano di evitare. Per questo noi chiediamo, e ci
batteremo, perché la contrattazione non sia limitata. Ma c’è un però. Spesso
leggiamo tante persone che appartengono alla classe dirigente del paese darci
qualche suggerimento, qualche consiglio, talvolta qualche ammonimento. Bene. Non
sarebbe ora che le classi dirigenti del nostro paese fossero un po’ meno chiuse
e un po’ meno egoiste e più disponibili verso le ragioni, anche morali, del
movimento sindacale e della condizione dei lavoratori e dei anziani?
Se si vuole, come si vede, evitare le divisioni sociali, le spaccature, e
consentitemi anche quelle tragedie familiari e personali come quella di quel
geometra, di quel lavoratore di Genova, che si è tolto la vita perché non
riusciva più a trovare un posto di lavoro, bisogna fare di più e affrontare i
problemi con gli strumenti adatti. Certo per fare politica industriale non
bastano solo le risorse, ci vuole qualcosa di più, ma senza risorse non si va
lontano e inevitabilmente si sceglie quelli che ce la possono fare e quelli che
si fermeranno prima: parlo delle imprese e parlo dei lavoratori.
Anche gli Enti locali, le Regioni, i Comuni, le Province, hanno bisogno di un
tavolo contro la crisi. La coesione riguarda anche i rapporti tra le istituzioni
della Repubblica che non si risolvono con le forzature, con i nuovi centralismi,
svuotando le risorse in dotazione ai Comuni, perché le reti sociali, nei momenti
di crisi, sono il più grande ammortizzatore sociale per le persone che si
trovano in estrema difficoltà.
Noi abbiamo svolto - e vi ringrazio, ringrazio tutta la Cgil - in queste
settimane oltre 57mila assemblee nei luoghi di lavoro e nelle leghe dei
pensionati. Abbiamo incontrato milioni di persone, chiesto una discussione, un
parere e un voto. Hanno risposto in tanti: 3 milioni e 600 mila persone in
quattro settimane hanno partecipato alla nostra votazione, al nostro referendum.
E 3 milioni e 400mila hanno detto ‘No’ all’accordo separato, firmato senza la
Cgil. Un numero grande che è stato oscurato dai mezzi di comunicazione di massa,
ma che nessuno ha osato mettere in discussione. Allora, se le cose stanno così,
far finta di nulla, irridere questi lavoratori e questi pensionati non è una
cosa seria. Se solo fosse possibile, noi, che abbiamo fatto questo lavoro in
queste settimane, saremo pronti a mettere da parte tutto e a fare un referendum
unitario con esito vincolante almeno per quello che riguarda la Cgil. Ma non si
può giocare con la democrazia: o c’è o non c’è. E non ci può essere soltanto
quando si è sicuri di vincere e mai quando il risultato può essere messo in
dubbio. Noi siamo pronti a discutere le regole sulla rappresentatività e a
trovare una intesa unitaria. Lo stesso deve essere per i mandati e le verifiche
democratiche. Come si può giustificare il fatto che si può fare un referendum in
una azienda come la Piaggio, dove c’è stato un accordo separato, e la settimana
dopo in un'altra azienda, dove c’è stato un altro accordo separato, lo stesso
referendum non si possa fare? Come funziona il rispetto delle regole e il
rispetto della democrazia? E ancora in caso di giudizi diversi sui futuri
contratti collettivi di lavoro, chi decide e come si deciderà? Il sistema
contrattuale serve a dare regole certe a tutti. Se diventa fonte di divisioni,
se mette gli accordi contro la democrazia, se tutto diventa confusione e
disordine quel sistema tradisce il suo compito e può diventare dannoso, non solo
per i lavoratori, ma anche per il sistema delle imprese.
Noi serenamente, ma fermamente, siamo convinti delle ragioni che abbiamo
sostenuto nel corso del confronto sul sistema contrattuale e continueremo a
batterci per avere più contrattazione e non meno contrattazione. Per avere un
contratto nazionale non solo degno di questo nome ma che non programmi
sistematicamente la riduzione del potere d’acquisto. Per avere un secondo
livello di contrattazione sempre più ampio e sempre più vasto. E per discutere
tutti gli aspetti della condizione del lavoro. Lungo questa strada, care
compagne e compagni, continueremo il nostro impegno. Come deve fare in autonomia
e unità una grande forza sindacale.
D’altra parte, per quanto lo si possa tacere, in tutta Europa la mobilitazione
del mondo del lavoro è forte. A maggio quattro capitali europee manifesteranno
tra il 14 e il 16: Berlino, Praga, Madrid e Bruxelles. Sabato scorso il
sindacato inglese ha tenuto una grande manifestazione a Londra e il suo
segretario generale ci ha mandato un messaggio di sostegno e di questo lo
ringrazio vivamente. Come voglio ringraziare le delegazioni straniere che sono
qui presenti. Abbiamo bisogno di tenere questi collegamenti, questa politica
europea e internazionale perché lo abbiamo visto: la crisi mette gli uni contro
gli altri e gli uni e gli altri possono sempre essere diversi fino a diventare i
veri ultimi. Come quei clandestini morti annegati nella più grande tragedia che
si è consumata in queste ore nel mar Mediterraneo. Una tragedia che vorrei non
venga né dimenticata né rimossa. Spero per vergogna temo per indifferenza.
I grandi della terra a Londra hanno in queste ore evitato un fallimento che
sarebbe stato per tutti drammatico. Sono state raggiunte le prime intese. Non
siamo in grado di capire se basteranno perché troppo forti sono gli interessi
nazionali. Lo vedo soprattutto nel fatto che, rispetto alle cifre che si dice di
voler stanziare contro la crisi e per evitare i fallimenti di interi paesi,
troppo poche sono ancora le risorse stanziate per quei paesi del terzo mondo,
segnatamente per l’Africa dove si continua a morire di fame e di sete.
Bisogna andare avanti contro i paradisi fiscali, estendere una moralità forte
contro questa piaga dei super stipendi e dei bonus. Non è giusto pagare un
manager, anche il più bravo del mondo, duemila volte il salario di un giovane
apprendista o di un giovane operaio. Anche da noi, tra l’altro, con il compenso
di 100 manager si possono pagare i salari di 10mila lavoratori. Un’Italia in cui
14 milioni di lavoratori guadagnano meno di 1.300 euro al mese e dove circa 7
milioni, di cui il 60% donne, guadagna meno di 1.000 euro al mese. Cifra al di
sotto della quale si trovano 8 milioni di pensionati. Allora si capisce perché
quando abbiamo posto il problema di un limite, di un senso non imposto ma
riconosciuto di solidarietà fiscale anche qui da noi, non abbiamo trovato
risposte convincenti. Anche perché altri paesi hanno fatto la scelta che noi
chiedevamo di fare al nostro governo. Non è stato simpatico vedere che sul tema
dei tetti ai maxistipendi, un tema sollevato da capi di governo di paesi
importanti, non ho colto quale fosse l’opinione, prima e non dopo, della nostra
delegazione governativa impegnata nel vertice del G20.
La dimensione morale della crisi non è un aspetto da sottovalutare. La
speculazione, il profitto inteso come mezzo e anche come fine, l’assenza di
regole e controlli ci hanno portato dove siamo arrivati. E molti, quasi tutti,
pagano, paghiamo, per responsabilità di altri. E non penso solo ai lavoratori.
In più, nessuno ci pensa oggi, ma il debito pubblico che salirà per effetto
della crisi sarà un problema che peserà sulle nuove generazioni. E se dovesse
ripartire l’inflazione questa colpirà i disoccupati, gli anziani, i redditi
fissi. Porterà i governi a chiedere nuovi tagli sulle pensioni, sulla sanità,
sulla scuola. Sta qui la vera immortalità di questa crisi internazionale. Si
sente la mancanza oggi nel nostro paese di quelle figure, anche di stampo
conservatore, che in altre occasioni della nostra vita repubblicana abbiamo
incontrato, che si possano alzare e riconoscere, con la franchezza democratica
necessaria, che la moralità di questa crisi pone alle classi dirigenti un
sovrappiù di responsabilità.
Nel racconto di Di Vittorio che la televisione ha voluto trasmettere il barone
Caradonna, il latifondista che si opponeva alle proteste dei braccianti di
Cerignola, dice a un certo punto ‘Mondo è e mondo sarà’. Riflettendo su questa
frase me ne è venuta in mente immediatamente un’altra esattamente uguale. Quella
che si trova nel Gattopardo: “Bisogna che tutto cambi perché nulla cambi”. Cosa
lega queste due espressioni? Conservare il proprio mondo. Conservare i propri
privilegi. Conservare il proprio potere e lasciare fuori tutti gli altri. La
storia del novecento, anche la nostra, è la sfida contraria: cambiare,
includere, valorizzare le conoscenze e i saperi, affermarsi liberamente e
responsabilmente e farlo restando tutti assieme. Per noi, anche qui oggi, non
può essere ‘mondo è e mondo sarà’. Perché quel mondo non dà risposte a troppi e
consente a pochi di arricchirsi alle spalle degli altri. Questa è la dimensione
dei valori con cui vogliamo attraversare la crisi. Senza smarrire la speranza,
senza disperdere la fiducia, convinti come siamo, che le nostre ragioni ci danno
una buona ragione per stare in campo e cambiare quel mondo.
Nei giorni precedenti due fatti, due incontri, mi sono rimasti impressi dentro e
avverto il dovere di raccontarli. La prima: la faccia, l’espressione,
l’incredulità triste di un precario che non sapeva giustamente rassegnarsi al
fatto che con il primo di luglio non avrebbe più lavorato in quel luogo, in
quell’ufficio, dove per anni aveva prestato servizio. Ho visto una persona
ferita, umiliata, senza un perché. Il secondo. Una lettera di una giovane donna
che ha scritto alla Cgil. “Mi rivolgo a lei perché non so se può esistere
qualcuno in grado di aiutare me e quei giovani della mia età, intorno all’età
intermedia dei trent’anni, dove dovremmo essere le colonne portanti del nostro
paese ma non siamo che dei disperati. Non sto qui a scriverle per chiederle
denaro ma solo per farle capire che persone come me avrebbero solo bisogno di
fiducia, di stimoli, di incentivi, di risposte. Comunque stia tranquillo: starò
qui con il mio misero lavoro in nero, sperando che un giorno mi paghino e
cercherò di continuare a sorridere alla vita come ho sempre fatto”.
Ai tanti come lei, concludendo questa giornata, vorrei che assieme dedicassimo
il senso e il valore della nostra manifestazione. Ai tanti che non hanno trovato
mai o ancora un lavoro vero. Ai tanti ai quali la crisi non può togliere quello
che in realtà non hanno mai avuto o non hanno ancora incontrato.
Grazie a tutte e a tutti anche per questo.
Grazie per la giornata che avete costruito.
Grazie per chi ci sta ascoltando.
Da Roma, dal Circo Massimo, parte un grande messaggio di speranza, di
cambiamento, di unità del mondo del lavoro, per non lasciare, ma davvero,
indietro nessuno.
Per vincere solitudine, rassegnazione, disperazione e per guardare avanti, oltre
se stessi, avanti e sempre anche agli altri.
W la Cgil.
W il mondo del lavoro.