DECRETO GELMINI, UNA SCUOLA POVERA CHE TORNA INDIETRO
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Con il decreto legge 1 settembre 2008 il Ministro Gelmini ha iniziato a dare esecuzione alle decisioni di politica scolastica prese dal Ministro Tremonti, il taglio di otto miliardi di euro delle spese per l’istruzione previsto nella legge finanziaria e le misure populiste preannunciate dalla stesso in articoli e interviste.
In aperta contraddizione con le dichiarazioni di inizio mandato tese al dialogo e al confronto, il Ministro Gelmini, senza alcun dibattito né consultazione, abolisce il modello di organizzazione didattica della scuola elementare, l’unico settore scolastico italiano a collocarsi costantemente ai primi posti nelle indagini internazionali.
L’unica motivazione comprensibile apportata è la riduzione dei costi e questo in un paese che già spende per l’istruzione meno della media europea e Ocse. Né potrebbe portarne altre diverse dalle chiacchere da bar, perché il passaggio dal maestro unico al gruppo docente corresponsabile è il risultato di un processo quarantennale di innovazioni e riforme, promosse da insegnanti, genitori e forze sociali, i cui risultati nell’ottenere per tutti gli allievi buoni livelli di apprendimento sono evidenti.
Oltre a tagliare i settori di maggiore qualità del nostro sistema formativo, il Ministro cerca consenso a buon mercato con provvedimenti populistici come il ritorno ai voti e la bocciatura per motivi di condotta.
Il ritorno al voto numerico rischia di alimentare l’adozione di modelli di valutazione sanzionatoria che stigmatizza gli studenti svantaggiati, i diversamente abili, gli immigrati.
La possibile bocciatura per motivi di condotta, è sicuramente inutile per affrontare il fenomeno del bullismo, perché sono già vigenti sanzioni severe e più idonee a contrastare i comportamenti devianti rispetto alla ripetizione dell’anno scolastico.
Unico aspetto positivo (il ripristino del valore abilitante della laurea in Scienze della Formazione Primaria è sostanzialmente una correzione tecnica) è il vincolo a non cambiare i libri di testo per cinque anni per contrastare i comportamenti speculativi delle case editrici.
Complessivamente un provvedimento che inizia il processo di impoverimento economico e culturale della scuola pubblica finalizzato a privatizzare i percorsi formativi di qualità e a riservare a quelli pubblici un ruolo residuale e assistenziale.